6 – Fino all’ultima duna.

ottobre 26th, 2009

Verso Itampolo

Gelosamente custodito da dune di sabbia, bagnato da gentili carezze dell’oceano, si distende – in tutta la sua disarmante e semplice bellezza – il villaggio di Itampolo.

Un giorno di viaggio, da Anakao, attraverso piste di sabbia appena abbozzate, ha portato Eric in questo vero e proprio paradiso terrestre. L’aria è calda, la luce accecante. In lontananza il mare.

Quante fatiche per arrivare fino a qui.
Una mappa di immagini si srotola nella mente di Eric, ricorda persone, luoghi, luci ed ombre, città – tutto ora acquistava un senso. Il senso era trovarsi in questa parte di mondo, non contaminata dall’occidente. Niente cartelli pubblicitari, niente “Coca-cola”, niente di tutto quello che, comunque, la televisione ha portato anche in buona parte dei luoghi fino ad ora visitati.

Solo quest’ultima duna a separarlo da chilometri di spiaggia deserta, il villaggio di Itampolo ad ovest a sancirne l’inizio e la fantasia ad est a immaginarne la fine.

Bastano due passi, appena dopo la duna, per conoscere Arsèn, che, con la sua famiglia, gestisce qualche bungalows per i pochi turisti che si avventurano fino a qui. Meglio forse dire gestiva, dato che il tifone dello scorso anno ha abbattuto tutte le strutture in legno tranne una, che stoicamente ha resistito alla furia del vento.

Ad Itampolo

E così, eccolo, Eric, seduto davanti all’oceano, con un gruppetto di bambini  curiosi poco avanti a lui (il wasà, l’uomo bianco suscita una curiosità irresistibile per i più piccoli..) e il vento ad accarezzarne i pensieri.

Ancora una volta, la forza di tutto quello che è attorno, sconvolge i sensi e lascia la mente muta. La sensazione di pace si accompagna solo alla certezza di essere proprio al posto giusto, nel momento giusto. E’ la certezza del riuscire a vivere il “qui ed ora”, senza correre con il pensiero al dopo e senza doverlo recuperare da chissà quale prima.

Ed Eric se lo gusta, questo “qui ed ora”, raro e tanto ricercato momento di benessere assoluto, di condivisione di energia con il resto del Creato.

“Fino all’ultima duna”, sembra ripetere il rumore di vento in accordo con le onde del mare. Scavalcarla, quell’ultima duna, è stato fino ad oggi, il regalo più bello che la vita gli ha fatto.

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Alberi del vento

“A volte resistere è inutile”.

Il tratto di strada che porta Eric da Anakao ad Itampolo (altra tappa obbligata, un angolo di paradiso, dicono), presenta ormai le caratteristiche della pista su sabbia.Abbandonato ogni sentiero pre-tracciato, il lento e scassato taxi-brousse che accompagna Eric, segue due solchi lasciati dai pochi mezzi gommati che arrivano fino a qui.

Abbandonare Anakao, significa anche lasciare l’etnia dei pescatori Vezo e addentrarsi nei territori dei Mahafali. E’ proprio vero che i luoghi assumono i sapori dei propri abitanti. L’aria assume un nonsochè di mistico, si fa più rarefatta, sotto un sole sempre più deciso e intento a ricordare che da qui in poi è lui che governa.

Il cammino prosegue, accidentato, per ore. Le sole soste si devono alle tartarughe. Presso quest’etnia, infatti, le tartarughe sono considerate animali sacri. Se le si incontra per strada, ci si ferma e, gentilmente, le si scosta. Eric non può che essere meravigliato da tutto ciò. Pensa che da dove viene lui, a stento ci si ferma per far passare le persone.

Durante il tragitto, Eric è colpito da strani alberi che hanno assunto una forma strana, quasi come fossero sempre piegati dal vento. I rami sembrano i capelli di Medusa, sembrano dotati di vita propria. Il vento, in chissà quanti secoli, ha forgiato questi alberi che, probabilmente, in origine erano proprio come tutti gli altri.

Chissà quanti rami si sono spezzati, chissà quanto tempo ci è voluto a capire che era del tutto inutile resistere a quel vento. L’istinto di sopravvivenza ha poi avuto la meglio: inutile cercare di vincere il vento, meglio adattarvisi. Un’altra delle grandi lezioni che Eric sentiva di imparare, semplicemente osservando quei luoghi.

“A volte resistere è inutile”, si ripete, mentre sempre di più, la magia del popolo Mahafali si insinua nella sua mente.

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4 – E la vita è bella!

ottobre 12th, 2009

Balene in Madà

“E la vita è bella!”

Eric non ricordava neppure un lontano conoscente che avesse mai usato questa esclamazione. Ci voleva proprio Luc, ragazzo di Montpellier trapiantato ad Anakao, perchè le orecchie di Eric sentissero tanta gioia di vivere.

La storia di Luc è una storia di scelte coraggiose. E’ la storia di un uomo che ha deciso di trasferirsi nel sud del Madagascar (circa sette anni prima), con moglie e figli e di vivere, fino in fondo, la sua grande, immensa passione: il mare.

Così eccolo Eric, in barca con Luc a cercare di avvistar balene, che (si sa) in questo periodo dell’anno vengono dalle gelide acque del polo sud a partorire nei tiepidi mari che bagnano il Madagascar.

Difficilmente Eric avrebbe dimenticato questo giorno: rientrando verso riva, uno spettacolo senza confini si presenta ai suoi occhi (increduli) e a quelli di Luc (commossi). Una balena e il suo piccolo dormono, fermi immobili in mezzo all’oceano. Sono talmente tranquilli che la barca di Luc può avvicinarsi fino quasi a toccarli.

Il resto è fatto di silenzio (piccoli sussulti del mare che muovono la barca a motore spento), gli sbuffi delle balene (uno ogni sette minuti circa) e contemplazione. Più di un’ora di religioso rispetto per quello spettacolo della natura. E la sensazione, sconvolgente, di assistere a qualcosa che non può essere ragionato – non può essere compreso dalla mente. Pervade il corpo e ci si sente parte del tutto. Come se, improvvisamente, la scala dei valori tornasse al suo naturale equilibrio.

Eric capiva che quella esperienza non si esauriva in quell’ora. Sentiva che si sarebbe senz’altro riaffacciata più avanti, quando sarebbe riuscito a dare un senso a quella strana sensazione che gli esplodeva in corpo.

Il piccolo muove la coda, si è svegliato. La mamma, a seguire (naturalmente!) e i due si allontano tranquilli verso altri lidi.

“Ok, possiamo andare… dai ragazzi, che la vita è bella!” – ripete Luc. Lo crede anche Eric, ora.

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Tramonto ad Anakao

“Non mi sono mai sentito così vivo”.

Questo pensa, mentre lo sguardo culla l’acqua tiepida del canale di Mozambico. Dall’altra parte, l’Africa, la grande Madre, accoglie sorniona i pensieri di libertà dei popoli che lambiscono questa parte del mare.All’orizzonte, le vele quadrate delle piroghe Vezo scivolano leggere sul blu e il volo dei gabbiani accompagna il vento.

La tappa a Tulear è stata fugace. Eric ha subito capito che quella città aveva ben poco di ciò che stava cercando. Luogo asciutto e ruvido, ha solo propiziato l’incontro con un connazionale che gli ha indicato la strada più breve verso Anakao.

“Devi attraversare lo stretto” – gli ha indicato – “Via mare in un’ora si arriva, via terra ci si impiega tre giorni”. E non stentava a crederlo. La parte finale della Rue National 7 si assottiglia, si dissesta e diventa difficilmente percorribile. E poi, per Anakao, si avrebbe dovuto deviare dalla strada principale ed addentrarsi in piste di roccia e sabbia.

La vista del mare, dopo chilometri di roccia e terra, è quasi miracolosa. Le forza di attrazione delle coste africane si avverte chiaramente e si sovrappone con dolcezza alla ritmicità delle onde. In lontananza, sbuffi di balene decorano l’orizzonte.

Alla sua destra, il piccolo villaggio di Anakao si distende silenzioso a pochi metri dalla spiaggia. Proprio davanti alla battigia, si dispiega una cornice di piroghe colorate, a riposare dopo una giornata di lavoro intensa.  Non si può fare a meno di pensare alla storia di questo popolo, che ancora usa vele quadrate per compiere la propria fatica quotidiana. Un popolo di nomadi pescatori, i Vezu appunto, che usavano (e usano ancora) proprio quella vela come tenda per i pernottamenti – che usano la fiocina come un prolungamento naturale del braccio.

E così, in mezzo a questo tripudio di profumi, suoni, colori e pensieri, Eric respira, respira come non ha mai fatto.

“Non mi sono mai sentito così vivo” – si ripete.

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