Alberi del vento

“A volte resistere è inutile”.

Il tratto di strada che porta Eric da Anakao ad Itampolo (altra tappa obbligata, un angolo di paradiso, dicono), presenta ormai le caratteristiche della pista su sabbia.Abbandonato ogni sentiero pre-tracciato, il lento e scassato taxi-brousse che accompagna Eric, segue due solchi lasciati dai pochi mezzi gommati che arrivano fino a qui.

Abbandonare Anakao, significa anche lasciare l’etnia dei pescatori Vezo e addentrarsi nei territori dei Mahafali. E’ proprio vero che i luoghi assumono i sapori dei propri abitanti. L’aria assume un nonsochè di mistico, si fa più rarefatta, sotto un sole sempre più deciso e intento a ricordare che da qui in poi è lui che governa.

Il cammino prosegue, accidentato, per ore. Le sole soste si devono alle tartarughe. Presso quest’etnia, infatti, le tartarughe sono considerate animali sacri. Se le si incontra per strada, ci si ferma e, gentilmente, le si scosta. Eric non può che essere meravigliato da tutto ciò. Pensa che da dove viene lui, a stento ci si ferma per far passare le persone.

Durante il tragitto, Eric è colpito da strani alberi che hanno assunto una forma strana, quasi come fossero sempre piegati dal vento. I rami sembrano i capelli di Medusa, sembrano dotati di vita propria. Il vento, in chissà quanti secoli, ha forgiato questi alberi che, probabilmente, in origine erano proprio come tutti gli altri.

Chissà quanti rami si sono spezzati, chissà quanto tempo ci è voluto a capire che era del tutto inutile resistere a quel vento. L’istinto di sopravvivenza ha poi avuto la meglio: inutile cercare di vincere il vento, meglio adattarvisi. Un’altra delle grandi lezioni che Eric sentiva di imparare, semplicemente osservando quei luoghi.

“A volte resistere è inutile”, si ripete, mentre sempre di più, la magia del popolo Mahafali si insinua nella sua mente.

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