5 – A volte resistere è inutile.
ottobre 19th, 2009

“A volte resistere è inutile”.
Il tratto di strada che porta Eric da Anakao ad Itampolo (altra tappa obbligata, un angolo di paradiso, dicono), presenta ormai le caratteristiche della pista su sabbia.Abbandonato ogni sentiero pre-tracciato, il lento e scassato taxi-brousse che accompagna Eric, segue due solchi lasciati dai pochi mezzi gommati che arrivano fino a qui.
Abbandonare Anakao, significa anche lasciare l’etnia dei pescatori Vezo e addentrarsi nei territori dei Mahafali. E’ proprio vero che i luoghi assumono i sapori dei propri abitanti. L’aria assume un nonsochè di mistico, si fa più rarefatta, sotto un sole sempre più deciso e intento a ricordare che da qui in poi è lui che governa.
Il cammino prosegue, accidentato, per ore. Le sole soste si devono alle tartarughe. Presso quest’etnia, infatti, le tartarughe sono considerate animali sacri. Se le si incontra per strada, ci si ferma e, gentilmente, le si scosta. Eric non può che essere meravigliato da tutto ciò. Pensa che da dove viene lui, a stento ci si ferma per far passare le persone.
Durante il tragitto, Eric è colpito da strani alberi che hanno assunto una forma strana, quasi come fossero sempre piegati dal vento. I rami sembrano i capelli di Medusa, sembrano dotati di vita propria. Il vento, in chissà quanti secoli, ha forgiato questi alberi che, probabilmente, in origine erano proprio come tutti gli altri.
Chissà quanti rami si sono spezzati, chissà quanto tempo ci è voluto a capire che era del tutto inutile resistere a quel vento. L’istinto di sopravvivenza ha poi avuto la meglio: inutile cercare di vincere il vento, meglio adattarvisi. Un’altra delle grandi lezioni che Eric sentiva di imparare, semplicemente osservando quei luoghi.
“A volte resistere è inutile”, si ripete, mentre sempre di più, la magia del popolo Mahafali si insinua nella sua mente.
4 – E la vita è bella!
ottobre 12th, 2009

“E la vita è bella!”
Eric non ricordava neppure un lontano conoscente che avesse mai usato questa esclamazione. Ci voleva proprio Luc, ragazzo di Montpellier trapiantato ad Anakao, perchè le orecchie di Eric sentissero tanta gioia di vivere.
La storia di Luc è una storia di scelte coraggiose. E’ la storia di un uomo che ha deciso di trasferirsi nel sud del Madagascar (circa sette anni prima), con moglie e figli e di vivere, fino in fondo, la sua grande, immensa passione: il mare.
Così eccolo Eric, in barca con Luc a cercare di avvistar balene, che (si sa) in questo periodo dell’anno vengono dalle gelide acque del polo sud a partorire nei tiepidi mari che bagnano il Madagascar.
Difficilmente Eric avrebbe dimenticato questo giorno: rientrando verso riva, uno spettacolo senza confini si presenta ai suoi occhi (increduli) e a quelli di Luc (commossi). Una balena e il suo piccolo dormono, fermi immobili in mezzo all’oceano. Sono talmente tranquilli che la barca di Luc può avvicinarsi fino quasi a toccarli.
Il resto è fatto di silenzio (piccoli sussulti del mare che muovono la barca a motore spento), gli sbuffi delle balene (uno ogni sette minuti circa) e contemplazione. Più di un’ora di religioso rispetto per quello spettacolo della natura. E la sensazione, sconvolgente, di assistere a qualcosa che non può essere ragionato – non può essere compreso dalla mente. Pervade il corpo e ci si sente parte del tutto. Come se, improvvisamente, la scala dei valori tornasse al suo naturale equilibrio.
Eric capiva che quella esperienza non si esauriva in quell’ora. Sentiva che si sarebbe senz’altro riaffacciata più avanti, quando sarebbe riuscito a dare un senso a quella strana sensazione che gli esplodeva in corpo.
Il piccolo muove la coda, si è svegliato. La mamma, a seguire (naturalmente!) e i due si allontano tranquilli verso altri lidi.
“Ok, possiamo andare… dai ragazzi, che la vita è bella!” – ripete Luc. Lo crede anche Eric, ora.
3 – Non mi sono mai sentito così vivo.
ottobre 5th, 2009

“Non mi sono mai sentito così vivo”.
Questo pensa, mentre lo sguardo culla l’acqua tiepida del canale di Mozambico. Dall’altra parte, l’Africa, la grande Madre, accoglie sorniona i pensieri di libertà dei popoli che lambiscono questa parte del mare.All’orizzonte, le vele quadrate delle piroghe Vezo scivolano leggere sul blu e il volo dei gabbiani accompagna il vento.
La tappa a Tulear è stata fugace. Eric ha subito capito che quella città aveva ben poco di ciò che stava cercando. Luogo asciutto e ruvido, ha solo propiziato l’incontro con un connazionale che gli ha indicato la strada più breve verso Anakao.
“Devi attraversare lo stretto” – gli ha indicato – “Via mare in un’ora si arriva, via terra ci si impiega tre giorni”. E non stentava a crederlo. La parte finale della Rue National 7 si assottiglia, si dissesta e diventa difficilmente percorribile. E poi, per Anakao, si avrebbe dovuto deviare dalla strada principale ed addentrarsi in piste di roccia e sabbia.
La vista del mare, dopo chilometri di roccia e terra, è quasi miracolosa. Le forza di attrazione delle coste africane si avverte chiaramente e si sovrappone con dolcezza alla ritmicità delle onde. In lontananza, sbuffi di balene decorano l’orizzonte.
Alla sua destra, il piccolo villaggio di Anakao si distende silenzioso a pochi metri dalla spiaggia. Proprio davanti alla battigia, si dispiega una cornice di piroghe colorate, a riposare dopo una giornata di lavoro intensa. Non si può fare a meno di pensare alla storia di questo popolo, che ancora usa vele quadrate per compiere la propria fatica quotidiana. Un popolo di nomadi pescatori, i Vezu appunto, che usavano (e usano ancora) proprio quella vela come tenda per i pernottamenti – che usano la fiocina come un prolungamento naturale del braccio.
E così, in mezzo a questo tripudio di profumi, suoni, colori e pensieri, Eric respira, respira come non ha mai fatto.
“Non mi sono mai sentito così vivo” – si ripete.
2 – La Storia non insegna abbastanza.
settembre 28th, 2009

“La Storia non insegna abbastanza” – pensa Eric, mentre all’orizzonte si staglia il complesso roccioso che delimita il Parco dell’Isalo, tappa obbligata prima di arrivare a Tulear.
Ha appena lasciato il villaggio di Ilakaka, spalmato attorno alla Rue National 7.
Non è un posto come gli altri, non è il solito piccolo villaggio malgascio che si incontra, piuttosto raramente a dire il vero, in questa desertica parte dell’isola. I territori attorno a quel villaggio, infatti, sono ricchi di zaffiri.
Già entrando in quel villaggio, si percepisce che c’è qualcosa che non va in quella frenetica attività, fatta da uomini bianchi e pochi, davvero pochi, uomini del territorio. E’ tutto talmente irreale, che anche la lingua parlata in questo villaggio (e solo in questo) è l’inglese e non il francese.
Ancora una volta, la ricchezza del territorio non va a beneficio dei suoi abitanti, che anzi, diventano veri e propri schiavi costretti a lavorare in nero nelle miniere, ben nascoste dai plessi rocciosi intorno al villaggio. Schiere di uomini provenienti da tutto il Madagascar, sono in fila per poter lavorare a giornate, nelle miniere, quando il sole spacca a 40 gradi e la schiena rimane piegata per ore. Il miraggio di uno stipendio (se pur misero) fa gola e i signori degli zaffiri lo sanno bene.
Passando per quella gola, Eric non ha potuto fare a meno di provare disagio e vergogna, nel vedere (e non comprendere) come mai la Storia continui a non insegnare abbastanza. E come mai uomini bianchi, in virtù di chissà quale presunta ricchezza e superiorità, si permettano di usurpare la dignità di altri uomini, costringendoli a vite misere e supplicanti.
Di questo doveva e voleva ricordarsi. Di questo doveva e voleva parlare, ogni volta che qualcuno gli parlerà di immigrati, stranieri, diritto di cittadinanza e carte di soggiorno. Di questi posti dimenticati da Dio, dove per quello che a Marsiglia spende per un caffè, centinaia di schiene si piegano come il ferro arroventato per ore.
“La Storia non insegna abbastanza” – si ripete e prosegue il suo viaggio.
1 – E così si va.
settembre 21st, 2009

“E così si va”.
Prepara il sacco, scuote la polvere dalle spalle e guarda il cielo.
L’aria è calda, il sole pure. Sterpaglie arruffate giocano a rincorrersi sospese dal vento. Il giallo in tutte le sue sfumature domina l’orizzonte. Non sembra neppure che sia la siccità la causa di tutto quel giallo, ma che piuttosto qualche bizzarro pittore celeste abbia deciso che meglio non si potevano accostare i colori, in questa parte del mondo.
La Rue National 7 come un torrente, si snoda in un paesaggio che non è savana e non è deserto.
Si è lasciato alle spalle le “alte terre”, avvolte da un sorprendente clima frigido. L’etnia di quei luoghi – i Betsileo-, si veste di un lungo mantello di lana portato a mo’ di poncho, per far fronte al freddo.
Il paesaggio, ora, è completamente diverso. Le abbontanti riserie del centro dell’isola sono un ricordo e tutt’intorno c’è roccia e spazio.
Non manca poi molto a Tulear, capitale dell’etnia dei pescatori Vezo. Lì si sarebbe fermato qualche giorno, per poi affrontare il viaggio che l’avrebbe portato a Fort Dophin, estremo baluardo a sud-est del Madagascar. Un viaggio “a-l’aventure”, come gli ripetevano tutti, cioè senza un percorso definito a priori, data l’assenza di strade.
Tutto intorno è così vasto e sterminato. L’occhio non raccoglie la sua immensità. Arriva fino ad un certo punto, ma poi è tutto talmente vasto che non è più possibile neppure immaginare. Lo spazio è senza interruzioni.
E il silenzio.
Solo da questa parte del mondo il silenzio è così silenzio. Come se la natura stessa non avesse suoni. E’ tutto talmente ampio, che anche la mente se ne sta zitta. E’ troppo piena di questo mondo per aver altri pensieri.
Non è passato ancora un mese da quando è partito da Marsiglia e ancora si stupiva di quanto sia facile dimenticarsi lo stile di vita occidentale. Tutte le (presunte) comodità dell’occidente, la “civiltà” e tutto il resto. Neppure un mese è passato da clacson e calche nelle metropolitane, eppure sembra tutto così lontano.
Il fatto è che tanto più ci si avvicina al nucleo nello stile di vita, dettato dai ritmi scanditi dalla natura e non dalle sveglie, tanto sembra facile il contatto con la parte più profonda e pulita di sè. Ed Eric sta cercando proprio questo.
“E così si va” – si ripete.

